Il 21 settembre 2026 la Gazzetta ufficiale dell’Unione europea ha pubblicato il Regolamento delegato (UE) 2026/1563, che introduce la versione semplificata degli ESRS, e il Regolamento delegato (UE) 2026/1560, che istituisce il VS )Voluntary Standard), lo standard volontario di rendicontazione. Il primo entra in vigore il 10 novembre 2026 e si applica agli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027. Per l’esercizio 2026 le imprese già in perimetro possono mantenere i principi precedenti, utilizzarli con alcune delle semplificazioni introdotte oppure adottare subito la nuova versione.
Un quadro che si alleggerisce e si ordina rende più evidente una domanda che molti documenti non chiariscono: a che cosa serve, davvero, il report di sostenibilità? Leggendo rendicontazioni di imprese diverse, la differenza non sta nella dimensione o nella grafica, ma in tre scelte di metodo: l’architettura di riferimento, il percorso che porta il dato nel documento, l’ordine con cui l’informazione viene presentata.
Un’architettura scelta, non ereditata
Il GRI resta un riferimento autorevole e ampiamente utilizzato, e continuare a usarlo non è un errore. Proprio per evitare doppi lavori, EFRAG e GRI hanno pubblicato nel novembre 2024 un indice di interoperabilità che mette in relazione i disclosure GRI con i datapoint degli ESRS. La questione, quindi, non è quale standard sia migliore in assoluto, ma quale impianto regga meglio nel tempo per un’impresa europea.
Chi rientra nel perimetro CSRD ha negli ESRS rivisti il proprio orizzonte. Chi non vi rientra trova nello standard volontario un modello pensato per rispondere in modo ordinato a clienti, banche e investitori, con il value chain cap che, dagli esercizi dal 1° gennaio 2027, impedisce alle imprese obbligate di chiedere ai partner fino a 1.000 dipendenti medi informazioni ulteriori rispetto a quelle previste dallo standard. Costruire il sistema sull’architettura che l’Europa sta consolidando riduce il rischio di doverlo rifare a ogni aggiornamento.
Il dato senza destinatario
Capita di leggere report in cui alcune sezioni sono approfondite e altre appena abbozzate. Raramente il problema è l’assenza assoluta di dati. Più spesso manca il processo che li porta dalla fonte al documento. Un’informazione dovrebbe entrare nella rendicontazione perché serve a qualcuno: all’impresa per comprendere un fenomeno, al management per decidere, agli stakeholder per valutare impatti, rischi e traiettorie, al mercato per attribuire fiducia. Se l’unica ragione è un requisito da soddisfare, il risultato è un adempimento ben impaginato.
La revisione degli ESRS va in questa direzione: meno informazioni richieste, più peso ai dati quantitativi, distinzione più netta tra informazioni obbligatorie e facoltative, valutazione di rilevanza più pragmatica. Il baricentro si sposta dalla completezza formale alla pertinenza.
L’ordine è già informazione
Un report di sostenibilità non è una presentazione istituzionale. In quest’ultima la narrazione può guidare la sequenza dei contenuti; nel report il racconto è al servizio del dato, e il dato ha bisogno di struttura, contesto e coerenza.
La sequenza prevista dagli standard non è un vezzo burocratico. Permette a chi legge di trovare ciò che cerca, di confrontare un esercizio con il precedente, di mettere a paragone imprese diverse e, quando è prevista, di sottoporre l’informazione alla verifica di un soggetto indipendente. Una sequenza creativa può risultare gradevole, ma rende l’informazione meno leggibile e meno confrontabile.
Prima comprendere, poi raccontare
L’ordine di lavoro dovrebbe rispecchiare la natura del documento. Il report di sostenibilità è anzitutto un documento tecnico, con riflessi finanziari, che deve diventare strumento di governance e di comunicazione. I dati nascono dall’analisi di processi, prodotti, persone, organizzazione, catena del valore e impatti. Si parte dalla comprensione, si passa alla misurazione, si organizzano i dati, si collocano nel framework e solo alla fine si costruisce il racconto.
È un metodo che dialoga anche con il tema della comunicazione ambientale. Dal 27 settembre 2026 le nuove regole sul greenwashing, pur riferite alla comunicazione rivolta ai consumatori, hanno reso evidente un principio: ciò che l’impresa afferma deve coincidere con ciò che è in grado di provare. Un bilancio costruito in questo modo non si limita a dichiarare quanto l’impresa sia sostenibile, ma rende leggibile ciò che ha misurato, ciò che ha compreso, ciò che sta facendo e ciò che deve ancora migliorare.
Studio COMPETE affianca le imprese in questo passaggio, dalla scelta tra ESRS e standard volontario alla costruzione del processo che porta i dati nel rendiconto, con l’approccio pratico e proporzionato della COMPETE Roadmap ESG.
Riferimenti normativi
Regolamento delegato (UE) 2026/1563, ESRS semplificati (GUUE 21 settembre 2026)
Direttiva (UE) 2026/470, Omnibus I
GRI-ESRS Interoperability Index, EFRAG e GRI (novembre 2024)
