Il 3 luglio 2026 la Commissione europea ha adottato i due atti delegati che ridisegnano la rendicontazione di sostenibilità nell’Unione: gli ESRS rivisti (revised European Sustainability Reporting Standards) e lo standard volontario per le imprese di minori dimensioni. Si chiude così il percorso avviato il 26 febbraio 2025 con la proposta del pacchetto Omnibus I, passato per la consultazione pubblica dello scorso maggio. Il messaggio che emerge dall’adozione è chiaro: meno complessità, più sostanza. E per le imprese italiane, in scope e fuori scope, è il momento di capire cosa cambia davvero.
Cosa prevedono gli ESRS rivisti
I numeri dell’intervento erano noti dalle bozze e vengono confermati nella versione adottata: riduzione dei datapoint obbligatori di oltre il 60% e dei datapoint complessivi di oltre il 70%, con un risparmio atteso sui costi di reporting superiore al 30% per impresa, in linea con l’obiettivo della Commissione di ridurre del 25% gli oneri amministrativi. Gli standard sono più brevi e chiari, introducono nuove flessibilità (a partire dal perimetro di rendicontazione delle emissioni GHG) e semplificano i processi chiave, in primis la valutazione di materialità. Il testo finale tiene conto del technical advice di EFRAG, maturato attraverso le consultazioni del 2025, e dei feedback raccolti sul portale “Have Your Say” nella primavera 2026.
Accanto agli ESRS rivisti, lo standard volontario offre alle imprese fuori dal perimetro CSRD un riferimento unico e proporzionato per rispondere alle richieste informative di banche, investitori e grandi clienti. Viene formalizzato il value chain cap: le imprese soggette a CSRD non potranno chiedere ai partner di filiera più informazioni di quelle coperte dallo standard volontario. I due atti delegati passano ora al vaglio di Parlamento europeo e Consiglio (due mesi, prorogabili di altri due); l’applicazione obbligatoria degli ESRS rivisti scatterà per gli esercizi che iniziano dal 1° gennaio 2027, con facoltà di adozione anticipata già sull’esercizio 2026.
Perché la semplificazione è una maturazione, non una ritirata
La lettura più diffusa — e più superficiale — vede nella revisione un “alleggerimento” dell’ambizione europea sulla sostenibilità. L’esperienza operativa su revisioni e bilanci di sostenibilità suggerisce una conclusione diversa. Rileviamo il passaggio dalla quantità alla qualità: meno metriche ridondanti significa più spazio per un materiality assessment autentico, e un reporting che torna a essere strumento di governo dell’impresa anziché esercizio di compilazione. Emerge l’attenzione verso la competitività europea: un sovraccarico normativo percepito come puro costo stava diventando il principale argomento contro la sostenibilità stessa; una rendicontazione che non pesa oltre misura sulle imprese è l’unica che può durare e generare valore. Infine troviamo il focus sul rischio reale: si abbandona la logica del “tick the box” per concentrarsi sulla comprensione dei rischi e degli impatti che contano davvero per il business.
C’è però un rovescio della medaglia: per le organizzazioni prive di una struttura interna solida, la semplificazione non è un vantaggio automatico ma un test di maturità. Con meno prescrizioni normative, la qualità del reporting dipenderà meno dalla norma e più dalla cultura aziendale.
Le conseguenze attese sul mercato
Il nuovo assetto produrrà effetti che vale la pena anticipare. Il primo è una probabile polarizzazione del mercato: le aziende leader manterranno standard elevati di reporting volontario, usando la trasparenza ESG come leva competitiva, mentre chi interpreterà la semplificazione come licenza di disimpegno rischia una corsa al ribasso. Il secondo riguarda il ruolo dei finanziatori: con meno dati standardizzati disponibili, la due diligence ESG di banche e investitori diventerà più sofisticata e basata su metodologie proprietarie e richieste ad hoc — una frammentazione che premierà le imprese capaci di comunicare con efficacia il proprio profilo di sostenibilità. Il terzo è l’effetto cascata sulla filiera: le imprese fuori scope continueranno a ricevere richieste ESG dai clienti in scope, e proprio qui lo standard volontario e il value chain cap sono chiamati a garantire coerenza, evitando che il “trickle-down effect” si trasformi in confusione informativa.
Simplified, not abandoned
La sintesi è in una formula: semplificato, non abbandonato. Chi integra la sostenibilità nei processi decisionali, mantenendo standard elevati anche dove non obbligatori, costruirà un vantaggio competitivo duraturo; chi vedrà nella semplificazione una scappatoia rischia di trovarsi impreparato di fronte a richieste sempre più sofisticate di clienti e finanziatori. La sostenibilità europea sta imparando a camminare sulle proprie gambe, senza il bastone della burocrazia esagerata.
Studio COMPETE affianca le organizzazioni in questa transizione: dall’aggiornamento agli ESRS rivisti all’adozione dello standard volontario, dalla valutazione di doppia materialità alla costruzione di processi ESG che reggano lo scrutinio di banche, investitori e clienti.
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