C’è un tema che nelle PMI a conduzione familiare si affronta quasi sempre in ritardo, e quasi sempre con disagio: chi guiderà l’impresa quando l’attuale proprietario si fermerà. Se ne parla poco, lo si rimanda, lo si tratta come una questione privata da risolvere in famiglia. Eppure, dietro quella conversazione rinviata, si gioca la sopravvivenza di aziende sane, di posti di lavoro, di competenze e di relazioni costruite in decenni. Il 22 giugno 2026 la Commissione europea ha deciso di riportare questo tema al centro dell’agenda economica, adottando la Raccomandazione C(2026) 3799 per agevolare il trasferimento delle piccole e medie imprese. E lo ha fatto con un linguaggio che, letto con attenzione, è a tutti gli effetti un linguaggio di sostenibilità.
Un testo che parla di continuità — cioè di sostenibilità
La Raccomandazione sostituisce quella storica del 1994 sulla successione nelle PMI e sposta l’accento su quattro direttrici: promuovere consapevolezza e informazione, modernizzare i sistemi giuridici, fiscali e successori nazionali, sostenere con strumenti digitali la preparazione e l’esecuzione dei trasferimenti — anche transfrontalieri — e garantire un approccio coordinato a livello europeo. Ma l’obiettivo dichiarato è più profondo: salvaguardare la continuità delle attività economicamente sostenibili in tutta l’Unione.
L’espressione non è casuale. Il documento parla ripetutamente di “attività economicamente sostenibili”, di “sostenibilità economica” delle imprese e, in modo esplicito, del contributo delle imprese familiari alla “responsabilità e alla sostenibilità sociali”, definendole “sostenitrici fondamentali dell’economia sociale di mercato”. Il trasferimento d’impresa, in questa prospettiva, non è una pratica notarile: è il punto in cui la sostenibilità di un’organizzazione — la sua capacità di durare nel tempo generando valore per i propri stakeholder — viene messa alla prova. Un trasferimento mancato, scrive la Commissione, “implica un mancato passaggio dei valori e della tradizione d’impresa e rappresenta perciò una perdita per la società”.
La dimensione demografica: una questione ambientale-sociale prima che fiscale
Alla radice della Raccomandazione c’è un dato strutturale: l’invecchiamento della popolazione europea. Nel 2024 l’UE-27 contava quasi 8,9 milioni di lavoratori autonomi con almeno 55 anni. In Germania, uno studio del 2023 ha stimato circa 224.000 proprietari di piccole imprese pronti a cedere l’attività nel biennio 2023-2024; in Francia le imprese da trasferire entro dieci anni sono circa 700.000. Nel complesso, il fenomeno riguarda milioni di imprese europee nell’arco di un decennio.
Letta in chiave ESG, questa è una sfida che tiene insieme le tre dimensioni. C’è una componente sociale — i posti di lavoro, le competenze, le comunità locali che ruotano attorno a un’impresa che rischia di chiudere non per debolezza di mercato, ma per assenza di un successore. C’è una componente economica — la perdita di beni produttivi e di capacità industriale sana. E c’è una componente di governance, che è forse la più trascurata: la mancata pianificazione del passaggio generazionale è, prima di tutto, un difetto di governo dell’impresa.
Il passaggio generazionale è la “G” di ESG
Nel dibattito sulla sostenibilità, la lettera G — governance — resta spesso la meno presidiata, soprattutto nelle PMI. Eppure la Raccomandazione europea la mette al centro senza nominarla. Quando invita gli Stati membri a introdurre regole che consentano la continuità delle società di persone in caso di decesso di un socio, a chiarire il rapporto tra contratto di società e atti unilaterali (testamento, donazione), a garantire che la liquidazione della quota dell’erede non comprometta “la sostenibilità economica della PMI”, la Commissione sta parlando esattamente di quegli adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili che l’articolo 2086 del Codice Civile impone alle imprese italiane dal 2019, e che la UNI/PdR 167:2025 ha reso oggi certificabili.
Un’impresa che ha mappato i rischi di discontinuità, che ha definito per tempo la governance della successione e che ha strumenti giuridici pronti per il cambio di proprietà è, in senso stretto, un’impresa più sostenibile: più resiliente, più affidabile per banche e clienti, meno esposta al rischio che un evento personale — una malattia, un decesso, un disaccordo tra eredi — travolga anni di attività. Il passaggio generazionale, insomma, non è l’ultima pagina della vita di un’azienda: è un capitolo della sua strategia di sostenibilità.
Inclusione, economia sociale e strumenti finanziari
La Raccomandazione contiene anche una lettura marcatamente sociale del ricambio imprenditoriale. La Commissione invita gli Stati a promuovere la cultura del trasferimento d’impresa attraverso l’istruzione e a rivolgersi in modo specifico a donne, giovani e persone provenienti da contesti diversificati, riconoscendo che tra i cittadini che incontrano ostacoli nel diventare imprenditori “c’è un potenziale inesplorato”. Ampliare il bacino dei possibili successori diventa così una leva di inclusione, non solo di continuità.
Sul piano finanziario, il testo apre a fondi e sistemi di garanzia, prestiti agevolati e microcrediti — nel rispetto delle norme sugli aiuti di Stato — e cita esplicitamente strumenti dedicati alle zone rurali, alle microimprese, alle cooperative e alle acquisizioni di imprese da parte dei dipendenti (employee buyout). Sono formule che appartengono alla grammatica dell’economia sociale e che intrecciano la continuità aziendale con la coesione dei territori: un’impresa rilevata dai suoi lavoratori o trasformata in cooperativa è un presidio economico che resta radicato nella comunità.
Fiscalità e digitalizzazione: rimuovere gli ostacoli alla durata
Due capitoli più tecnici completano il quadro. Sul fronte fiscale, la Commissione raccomanda di valutare esenzioni, riduzioni e dilazioni di pagamento per non far sì che le imposte su successioni e donazioni mettano a repentaglio la sopravvivenza dell’impresa, di evitare la doppia imposizione nei trasferimenti transfrontalieri e di ridurre o abolire imposte di bollo e tasse di registrazione. Con un limite chiaro, e coerente con la logica ESG del testo: gli incentivi dovrebbero essere subordinati alla condizione che l’impresa resti operativa nell’UE per un periodo minimo o che il nuovo proprietario garantisca l’occupazione dei dipendenti esistenti. La leva fiscale, cioè, non è un regalo, ma uno strumento vincolato alla continuità e alla tutela del lavoro.
Sul fronte digitale, la Raccomandazione promuove il principio del “digitale per default”, le piattaforme per far incontrare acquirenti e venditori, l’interoperabilità tra i sistemi nazionali e l’uso dei dati dei registri delle imprese per orientare le politiche. È la stessa logica di efficienza, trasparenza e tracciabilità che attraversa oggi la rendicontazione di sostenibilità: meno oneri amministrativi, più qualità dei dati, decisioni più informate.
Il messaggio strategico per le PMI
La Raccomandazione europea non è un atto vincolante: indica una direzione agli Stati membri, che ora dovranno tradurla in norme e strumenti nazionali. Ma per un imprenditore la lezione non richiede di attendere i decreti attuativi. Il messaggio è che la continuità dell’impresa è un tema di sostenibilità a tutti gli effetti, e come tale va governato per tempo: mappando i rischi di discontinuità, definendo la governance della successione, mettendo in ordine gli assetti giuridici e patrimoniali, valutando gli strumenti finanziari e fiscali disponibili, coinvolgendo la nuova generazione con formazione e affiancamento.
È esattamente il terreno in cui la consulenza in sostenibilità incontra quella in governance d’impresa. Studio COMPETE affianca le PMI e le imprese familiari nel costruire un percorso di continuità che sia sostenibile nel senso pieno del termine — economico, sociale e di governance: dall’analisi degli assetti organizzativi ai sensi dell’art. 2086 c.c. e della UNI/PdR 167:2025, alla strutturazione della governance familiare e del passaggio generazionale, fino all’integrazione dei fattori ESG nella strategia e nel rapporto con banche e stakeholder. Perché un’impresa che dura, che passa di mano senza disperdere valore e lavoro, è la prima forma di sostenibilità che un territorio possa desiderare.
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