Il primo report VSME di EFRAG

EFRAG ha pubblicato il suo primo report di sostenibilità redatto secondo lo standard VSME. Un documento che merita attenzione — non solo per quello che dice, ma soprattutto per quello che, tra le righe, comunica al mercato.

Parliamo dell’organizzazione che ha contribuito a definire gli standard europei di reporting ESG. Non una PMI qualsiasi alle prime armi con la rendicontazione, ma il punto di riferimento tecnico per l’intera architettura normativa europea sulla sostenibilità. Ed è proprio da questa prospettiva che il documento va letto e valutato.


Un esordio solido, ma con riserva

Nel complesso, il primo report VSME di EFRAG è un documento ben costruito per una prima pubblicazione: trasparente sui propri limiti, solido nella parte sociale, coerente nella descrizione della governance e del modello operativo. L’intento è dichiarato — dimostrare che il VSME è applicabile nella pratica, non solo sulla carta — e in questo senso il report assolve il suo compito.

Ma è proprio andando oltre la superficie che emergono le questioni più rilevanti. E la più significativa ha un nome preciso: assenza di ambizione.


Nessun target, nessuna direzione

Il report non fissa alcun obiettivo quantitativo. Né sulle emissioni, né sull’energia, né sui rifiuti. C’è una narrativa descrittiva, ci sono alcune metriche di contesto, ma mancano completamente gli indicatori che dovrebbero orientare le decisioni e misurare i miglioramenti nel tempo.

In un sistema di rendicontazione che aspira a diventare strumento di gestione — e non semplice esercizio di trasparenza — l’assenza di target non è un dettaglio tecnico. È una scelta che dice molto sulla concezione della sostenibilità che sottende l’intero documento.


I dati ambientali: onestà apprezzabile, utilità discutibile

La sezione ambientale del report presenta un’ulteriore criticità, riconosciuta peraltro dallo stesso documento. Gran parte delle metriche è stimata su base proporzionale — l’edificio in cui opera EFRAG è condiviso — e alcuni dati, come quelli relativi ai rifiuti, vengono esplicitamente dichiarati potenzialmente non rappresentativi.

L’onestà metodologica è apprezzabile e va riconosciuta. Ma rimane aperta una domanda difficile da eludere: quanto sono utili dati di questo tipo per gestire davvero la sostenibilità? Un sistema di rendicontazione che ammette di non poter misurare con affidabilità i propri impatti ambientali può essere un punto di partenza, non certo un punto di riferimento.


La governance: il nodo più delicato

È tuttavia sul fronte della governance che il report solleva le riflessioni più profonde. EFRAG dichiara di non disporre ancora di alcuni strumenti fondamentali:

  • un codice di condotta formalizzato
  • un meccanismo strutturato per la segnalazione di comportamenti non conformi
  • una policy esplicita sui diritti umani

Si tratta di lacune che, sul piano della compliance VSME, non costituiscono un problema: il report è coerente con quanto lo standard richiede. Il punto è un altro, ed è di posizionamento.

Se chi definisce le regole del gioco non fissa target, non misura pienamente i propri impatti e non ha ancora completato la propria architettura di governance ESG, il segnale che arriva al mercato è inequivocabile: la sostenibilità, almeno nella sua declinazione corrente, è ancora in larga misura un esercizio di reporting. Non ancora un sistema di gestione.


Il nodo strategico: compliance o trasformazione?

Questo è il messaggio implicito — e forse il più importante — che emerge dalla lettura del report VSME di EFRAG. Non è una questione di errori o di malafede. È una questione di visione.

Il VSME nasce per rendere la rendicontazione accessibile alle PMI, per abbassare le barriere di ingresso, per creare un punto di partenza praticabile. Obiettivi legittimi e necessari. Ma il rischio è che la semplificazione — quando non accompagnata da ambizione — si trasformi in un alibi per fare poco, rendicontarlo bene e chiamarlo sostenibilità.

L’Europa ha costruito il framework normativo più ambizioso al mondo in materia ESG. Il paradosso è che oggi, nel momento in cui questo framework viene messo alla prova nella pratica — anche da chi lo ha progettato — il livello di ambizione che emerge non è all’altezza delle aspettative.


La domanda che conta

Non è se il report di EFRAG sia corretto — lo è, nei termini dello standard che intende illustrare. La domanda che vale la pena porsi è un’altra: è questo il livello di ambizione che vogliamo vedere da chi guida il cambiamento?

La sostenibilità non si misura solo con la compliance. Si misura con la direzione che si sceglie di prendere, con i target che si decide di fissare, con gli strumenti di governance che si costruisce prima ancora di chiedere agli altri di farlo. Su questo, il primo report VSME di EFRAG lascia ancora molto spazio aperto.

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