Le vacanze stanno finendo, l’ufficio si riaccenderà, e tra le prime scadenze del rientro c’è spesso proprio l’appuntamento con la banca: il rinnovo di un affidamento, l’istruttoria per un nuovo finanziamento, il colloquio annuale con il gestore.
Ormai chiedere un finanziamento significa, sempre più spesso, rispondere anche a domande che non riguardano il fatturato o il piano industriale, ma le emissioni, la filiera, la parità di genere, i rischi climatici. Non è una tendenza isolata: nell’arco di pochi mesi si sono sovrapposte tre riforme che, da angolazioni diverse, spingono nella stessa direzione: trasformare la sostenibilità da tema di comunicazione a variabile che incide direttamente sull’accesso al credito.
Tre riforme, una sola direzione
Dall’11 gennaio 2026 sono applicabili le Linee Guida EBA sulla gestione dei rischi ESG (EBA/GL/2025/01), pubblicate il 9 gennaio 2025 in attuazione della CRD6 e destinate a piena applicazione, per gli enti piccoli e non complessi, entro l’11 gennaio 2027: le banche devono identificare, misurare e monitorare in modo sistematico l’esposizione ai rischi ambientali, sociali e di governance dei propri debitori, micro, piccole, medie e grandi imprese. In parallelo, dal 27 settembre 2026 entrano in vigore le disposizioni del D.Lgs. 30/2026, che recepisce la Direttiva UE 2024/825 e riscrive il Codice del Consumo: dichiararsi “sostenibili” senza prove verificabili diventa una pratica commerciale scorretta, sanzionabile dall’AGCM fino al 4% del fatturato (Approfondimento COMPETE: Greenwashing: con il D.Lgs. 30/2026 finisce l’era delle asserzioni ambientali generiche).
A dicembre 2025, infine, il Tavolo per la Finanza Sostenibile, promosso dal MEF con Ministero dell’Ambiente, MIMIT, CONSOB, Banca d’Italia, IVASS e COVIP, ha pubblicato la versione aggiornata del Documento per il dialogo di sostenibilità tra PMI e Banche, lo strumento pensato proprio per governare lo scambio di informazioni ESG tra imprese non quotate e sistema bancario.
Il Documento PMI-Banche: uno standard condiviso per il dialogo con l’istituto di credito
Il Documento, nato da una consultazione pubblica alla quale hanno partecipato 61 stakeholder, si attiva nella pratica al momento della richiesta o del rinnovo di un finanziamento: la banca chiede all’impresa un set di informazioni ambientali, sociali e di governance da integrare nella valutazione economico-finanziaria. La versione più recente ha ridotto gli indicatori richiesti da 45 a 40, ammesso stime qualitative per le informazioni più complesse e valorizzato aspetti come le certificazioni ambientali e le politiche a beneficio dei lavoratori e del territorio. È uno strumento volontario, non un obbligo di rendicontazione, ma la sua funzione è chiara: standardizzare le richieste delle banche e permettere alle PMI di presentarsi con dati confrontabili, invece che rispondere a questionari diversi per ogni istituto.
Perché la banca è obbligata a misurare la sostenibilità del cliente
Il punto spesso frainteso è che questa svolta non nasce dai prodotti di finanza sostenibile — Sustainability-Linked Loan, green bond, sustainability bond — ma da un obbligo regolamentare che riguarda ogni forma di credito. Le Linee Guida EBA/GL/2025/01, che integrano le Guidelines on loan origination and monitoring (EBA/GL/2020/06) già operative dal 2021 e affiancate dalle Linee Guida sull’analisi degli scenari ambientali (EBA/GL/2025/04, novembre 2025), non trattano i fattori ESG come una categoria di rischio autonoma: li trattano come driver che amplificano i rischi già presenti nel bilancio della banca, rischi di credito, di mercato, operativi, legali e reputazionali. In pratica, l’istituto deve valutare se un cliente esposto a un rischio di transizione (impianti energivori, prodotti prossimi all’obsolescenza normativa) o a un rischio fisico (siti produttivi in aree soggette a eventi climatici estremi, dipendenze di filiera critiche) sia comunque in grado di generare reddito e onorare il debito nel tempo. È, in altri termini, una verifica sul presupposto della continuità aziendale — il going concern — perché un’impresa capace di gestire i propri rischi ESG offre alla banca una garanzia aggiuntiva di stabilità dei flussi di cassa, e quindi di rimborso. Il profilo ESG entra così nella valutazione del merito creditizio come componente della probabilità di rimborso, al pari dei flussi di cassa attesi: incide su rating interno, pricing, durata del finanziamento e garanzie richieste, in ogni mutuo, fido o leasing, non solo nei prodotti ESG dedicati.
I Sustainability-Linked Loan restano la manifestazione più visibile di questa logica, non la sua origine: finanziamenti a tasso variabile in cui il costo del debito si riduce — o aumenta — in base al raggiungimento di KPI ESG concordati con la banca, verificati con cadenza annuale. Nel 2026 un pool di banche che comprende Intesa Sanpaolo, Mediobanca, BNL BNP Paribas e Crédit Agricole Italia ha sottoscritto in questo formato un finanziamento da 900 milioni di euro con il gruppo Lavazza, e prodotti analoghi sono oggi accessibili anche alle PMI attraverso le linee ESG dedicate dei principali istituti. Ma è l’obbligo di fondo — misurare il rischio ESG per stimare la tenuta del cliente — a valere per la generalità del credito, non solo per chi sceglie uno strumento sostenibile.
Perché la dichiarazione non basta più
Il punto di convergenza tra queste tre riforme è semplice: un’impresa può continuare a dichiararsi sostenibile, ma se quella dichiarazione non è supportata da dati strutturati, verificabili e coerenti con quanto le banche sono ora obbligate a richiedere, rischia di restare una frase priva di effetto, o peggio, di esporsi alle nuove sanzioni sul greenwashing. La domanda che banche, mercato e authority pongono alle imprese, comprese le PMI fuori dal perimetro CSRD, non è più “siete sostenibili?”, ma “potete dimostrarlo, con dati coerenti con quelli richiesti dal vostro interlocutore finanziario?”.
Il messaggio strategico
Per le imprese italiane, molte delle quali si troveranno per la prima volta a compilare moduli ESG per accedere o rinnovare una linea di credito, la priorità non è più soltanto comunicare la sostenibilità, ma costruire un’infrastruttura di dati capace di dimostrare — alla banca, prima ancora che al mercato — la propria capacità di reggere nel tempo: dati coerenti con il Documento PMI-Banche e con le richieste specifiche di ciascun istituto, che parlino il linguaggio del rischio e del going concern, non solo quello della comunicazione.
Studio COMPETE affianca le imprese nella redazione del bilancio di sostenibilità e nella predisposizione di report ESG tagliati sulle esigenze del dialogo bancario, per trasformare la sostenibilità da voce di bilancio a leva concreta di finanziabilità.
Vai al: Documento per il dialogo di sostenibilità tra PMI e Banche

