CSRD al secondo anno: la governance ESG matura, ma il piano di transizione resta il punto debole

Il secondo anno di applicazione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) restituisce alle imprese italiane un bilancio a due velocità. È quanto emerge dalla Survey 2026 di KPMG, condotta su un campione di 160 società (124 quotate e 36 altri enti di interesse pubblico) che hanno pubblicato la rendicontazione di sostenibilità relativa all’esercizio 2025 secondo gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS). Le aziende coinvolte rappresentano circa 1,76 milioni di dipendenti e quasi 2.000 miliardi di euro di ricavi complessivi.

Governance ESG: il consiglio di amministrazione prende in mano il dossier

I segnali più incoraggianti arrivano dalla governance. 145 imprese su 160 dispongono ormai di un comitato dedicato alla sostenibilità, in crescita del 9% sul 2024, nella maggior parte dei casi endoconsiliare, quindi con un coinvolgimento diretto del board. Cresce anche il legame tra risultati ESG e remunerazione del management: gli obiettivi di sostenibilità entrano nei piani di incentivazione di breve periodo di 134 aziende (+20%) e in quelli di lungo periodo di 103 (+14%). Nel 74% dei casi è il consiglio di amministrazione ad approvare direttamente il processo di doppia materialità, segno che la sostenibilità non è più delegata soltanto alle funzioni tecniche.Anche l’analisi di doppia materialità mostra un affinamento metodologico: il numero medio di impatti, rischi e opportunità (IRO) rendicontati scende a 47, con una riduzione del 4%, a conferma di una maggiore capacità di selezionare le informazioni realmente rilevanti. Gli aspetti sociali restano prevalenti, con il 50% degli IRO complessivi, seguiti da quelli ambientali (35%) e di governance (13%).

Piani di transizione: il clima resta il nodo irrisolto

Il dato più critico riguarda la pianificazione climatica. 121 imprese, pari a circa tre quarti del campione, dichiarano di non avere ancora un piano di transizione formalizzato conforme agli ESRS. Solo 39 aziende dispongono di un piano coerente con gli standard europei, appena 32 dichiarano un obiettivo Net Zero e soltanto 15 hanno target validati dalla Science Based Targets initiative (SBTi). Le imprese con un piano pienamente allineato all’Accordo di Parigi sono soltanto 4.Il quadro migliora se si guarda ai target di riduzione delle emissioni in senso stretto: 105 aziende hanno fissato obiettivi su Scope 1 e Scope 2, 72 anche su Scope 3, lungo la catena del valore, puntando su efficienza energetica, energia rinnovabile e coinvolgimento dei fornitori. Ancora più indietro la biodiversità: su 62 imprese che la considerano un tema materiale, solo 9 hanno sviluppato un piano di transizione dedicato.

Dalla compliance alla strategia: cresce il collegamento con gli investimenti

Un segnale di maturazione arriva dal collegamento tra sostenibilità e pianificazione finanziaria: 108 imprese rendicontano risorse CapEx o OpEx destinate ad azioni ESG, in crescita del 37% rispetto al 2024. Cresce anche il reporting volontario, con 46 aziende che affiancano documenti aggiuntivi alla rendicontazione obbligatoria (erano 33 nel 2024), mentre la prossima sfida, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), è ancora agli inizi: solo 23 imprese la citano esplicitamente nella rendicontazione e appena 40 utilizzano strumenti strutturati di due diligence lungo la catena del valore.

Cosa significa per le PMI

Per le PMI italiane, per definizione fuori dal perimetro diretto della CSRD dopo le semplificazioni introdotte dall’Omnibus, questi numeri non restano un esercizio accademico. Le imprese quotate e gli altri enti di interesse pubblico stanno già trasferendo lungo la filiera richieste puntuali su emissioni, fornitori e criteri ESG negli acquisti: chi lavora come fornitore di queste realtà si troverà comunque a rispondere, in modo più o meno strutturato, alle stesse domande, prima ancora di rientrare formalmente negli obblighi normativi.

Studio COMPETE affianca le imprese nella costruzione di piani di transizione credibili e nella strutturazione della rendicontazione, anche volontaria, attraverso la metodologia proprietaria COMPETE Roadmap ESG, per trasformare gli obblighi di trasparenza in strumenti di governo e di posizionamento competitivo lungo la catena del valore.

Fonte:

Survey 2026 KPMG, “Rendicontazione di sostenibilità: dalla compliance alla creazione di valore”

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