Un salto quantico: Louis de Broglie e il coraggio di immaginare l’invisibile

Parigi, novembre 1924. In un’aula della Sorbona, dietro banchi di legno consumato e finestre alte da cui filtra una luce polverosa da tardo autunno, una commissione di fisici ascolta in silenzio un giovane candidato discutere la propria tesi di dottorato.

Si chiama Louis Victor de Broglie, ha trentadue anni, viene da una delle famiglie più antiche di Francia e, cosa che nessuno dei presenti dimentica del tutto, si era laureato in storia prima di innamorarsi della fisica. Alla lavagna scrive un’equazione semplice, quasi timida nella sua brevità, che lega la lunghezza d’onda di una particella alla sua quantità di moto.

Sta dicendo, in sostanza, che l’elettrone, ciò che tutti i presenti in quella stanza hanno sempre trattato come un minuscolo proiettile, un punto solido e definito, potrebbe comportarsi anche come un’onda. Nella sala non c’è scetticismo aperto, ma c’è qualcosa di più sottile: la sensazione di trovarsi di fronte a un’idea troppo grande per essere giudicata da chi la sta ascoltando.

A presiedere la commissione siede Paul Langevin, uno dei fisici più rispettati d’Europa. Legge le pagine di de Broglie, le rilegge, e infine fa una cosa che raramente si fa con la tesi di un allievo: ne spedisce una copia a Berlino, a un fisico che nel frattempo ha già scardinato più di una certezza della fisica classica. Albert Einstein la legge e, come si racconta da allora nei corridoi dei dipartimenti di fisica, risponde che quel giovane francese “ha sollevato un lembo del grande velo”. Non è un via libera qualunque. È il momento in cui un’intuizione, nata quasi per gioco intellettuale dentro la testa di un uomo cresciuto tra libri di storia e salotti aristocratici, smette di essere una stranezza accademica e comincia a esistere per il mondo.

Quello che quell’aula non poteva ancora vedere

Nessuno, in quella stanza, poteva immaginare cosa ne sarebbe seguito. Non lo sapeva Langevin, che pure aveva avuto l’intuizione di non liquidare l’idea. Non lo sapeva lo stesso de Broglie, che aveva formulato un’ipotesi elegante ma ancora priva di conferma sperimentale, sarebbe arrivata solo nel 1927, quando Davisson e Germer osservarono per la prima volta un fascio di elettroni comportarsi esattamente come previsto, diffrangendosi come farebbe la luce. Due anni dopo, nel 1929, a de Broglie sarebbe stato assegnato il Nobel per la fisica. Ma il punto non è la medaglia. Il punto è che quell’equazione scritta alla lavagna sarebbe diventata, di lì a poco, il terreno su cui Erwin Schrödinger avrebbe costruito la sua meccanica ondulatoria, e con essa l’intera impalcatura teorica che oggi chiamiamo meccanica quantistica. Un’intuizione difficile da dimostrare, difficile perfino da spiegare a chi non fosse già dentro quella disciplina, sarebbe diventata invisibile esattamente come diventa invisibile tutto ciò che, una volta accettato, smette di sembrare rivoluzionario.

Cent’anni dopo, fuori da quell’aula

Il 2025, l’anno appena trascorso, le Nazioni Unite e l’UNESCO lo hanno proclamato Anno Internazionale della Scienza e della Tecnologia Quantistica, proprio per celebrare un secolo da quei primi passi. Tra le ragioni ufficiali di quella scelta c’era anche un richiamo esplicito al contributo della fisica quantistica allo sviluppo sostenibile. Non è un dettaglio da poco, se si pensa a cosa poggia, senza dichiararlo, su quell’equazione del 1924: il comportamento ondulatorio degli elettroni nei materiali semiconduttori è ciò che permette a un pannello fotovoltaico di trasformare la luce del sole in energia elettrica; è alla base dei LED che hanno ridotto i consumi dell’illuminazione; è il principio che oggi rende possibile impiegare i primi computer quantistici per simulare, atomo per atomo, nuovi materiali capaci di catturare anidride carbonica o di immagazzinare energia in modo più efficiente, materiali che nessun computer classico riesce ancora a progettare con altrettanta precisione. De Broglie non stava pensando alla sostenibilità, in quell’aula parigina. Ma ogni volta che un pannello solare converte luce in corrente, qualcosa di quella sua intuizione continua, silenziosamente, a lavorare.

C’è però un secondo filo, meno tecnico e forse più interessante, che lega quella tesi del 1924 a ciò che oggi chiamiamo transizione sostenibile. Non è la scoperta in sé, quanto il gesto che l’ha resa possibile: un uomo che ha avuto il coraggio di difendere, davanti a una commissione autorevole e scettica, un’idea che lui stesso non poteva ancora dimostrare, fidandosi che la verifica sarebbe arrivata dopo, non prima, della decisione di crederci. Quante organizzazioni, oggi, si trovano davanti a una scelta simile? Investire in una trasformazione, energetica, produttiva, di modello di business, il cui pieno ritorno non è ancora misurabile con la stessa certezza con cui si misura un bilancio trimestrale, richiede una forma di fiducia che assomiglia, da lontano, a quella richiesta a Langevin quando decise di non archiviare una tesi che non sapeva ancora giudicare.

La domanda che resta, cent’anni dopo quell’aula

Forse non è un caso che si parli sempre più spesso di “salto quantico” per descrivere un cambiamento che sembra impossibile finché non accade. De Broglie il suo salto lo fece scrivendo un’equazione che nessuno, nel 1924, sapeva ancora leggere fino in fondo. Chi, tra le imprese che oggi scrivono i propri piani di transizione, sta scrivendo qualcosa che i propri colleghi (o i propri numeri) non sono ancora del tutto in grado di leggere? E chi, tra quelle stesse imprese, avrà la pazienza di aspettare che arrivi, come accadde nel 1927, la conferma?

Studio COMPETE accompagna le imprese nel tradurre intuizioni ancora poco misurabili, scelte di sostenibilità che richiedono fiducia prima ancora che prove, in percorsi verificabili nel tempo.

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