C’è una conversazione che si ripete, con variazioni minime, in quasi tutti i tavoli di lavoro con le PMI siciliane che si avvicinano per la prima volta al tema ESG. Qualcuno ha ricevuto una richiesta dalla banca, qualcun altro una comunicazione da un cliente corporate che chiede dati sulle emissioni o sulle politiche di sicurezza entro trenta giorni. Oppure è arrivata una gara pubblica con requisiti ambientali che fino all’anno scorso non c’erano. In tutti questi casi, la reazione iniziale è sempre la stessa — e la conosciamo bene, perché la sentiamo spesso: “dobbiamo fare qualcosa sull’ESG”. Il problema è che il passo successivo — capire cosa, come e con quale priorità — viene spesso affrontato con approcci che generano più problemi di quanti ne risolvano.
La Sicilia ha un tessuto produttivo peculiare: imprese familiari di media e piccola dimensione, con una forte presenza nei settori dell’agroalimentare, dell’edilizia, del turismo e dei servizi alle imprese. Imprese che, nella nostra esperienza, hanno costruito la propria competitività su relazioni dirette, flessibilità operativa e conoscenza profonda del territorio — non su sistemi di gestione standardizzati e reporting strutturato. Questo non è un punto di debolezza in sé, anzi: è spesso una risorsa. Diventa un problema quando le pressioni ESG — dalla filiera, dalle banche, dalla normativa sugli appalti pubblici — arrivano con una rapidità che la struttura organizzativa tipica di queste imprese non è attrezzata ad assorbire.
Quello che segue non è un elenco di buone intenzioni mancate. Sono cinque errori concreti, che vediamo ripetersi con regolarità nei nostri affiancamenti, e che hanno conseguenze dirette sulla capacità di accedere al credito, di mantenere contratti con i committenti e di non incorrere in rischi reputazionali o normativi.
Primo errore: trattare l’ESG come un adempimento anziché come una scelta strategica
Il punto di partenza sbagliato più diffuso — e quello che, secondo noi, fa più danni nel medio periodo — è questo: avvicinarsi all’ESG come a una pratica burocratica da completare il prima possibile, con il minimo sforzo, per mettere una spunta su una casella. Si chiama box-ticking, e produce risultati che hanno l’apparenza della conformità senza nessuna delle sue conseguenze utili.
Un’impresa che compila un questionario ESG per la banca ricopiando dati approssimativi, o che pubblica un documento di “policy ambientale” senza averla mai applicata, non ha risolto nessun problema. Ha rimandato il momento in cui quel problema tornerà — con un grado di esposizione maggiore, perché nel frattempo la banca avrà perfezionato i propri strumenti di verifica, il cliente avrà alzato le aspettative e i concorrenti avranno fatto scelte più solide. Lo vediamo regolarmente: imprese che due anni fa avevano “sistemato” la parte ESG con una policy scaricata da internet, e che oggi si trovano a ricominciare da capo perché nessuno di quei documenti regge a un confronto serio.
L’ESG funziona — anche per una PMI siciliana con quaranta dipendenti — solo se viene inserito in un ragionamento strategico: quali sono i temi materiali per questa impresa in questo settore, dove ci sono rischi reali da gestire, dove ci sono opportunità concrete da cogliere. Non è un esercizio accademico. È, nella nostra esperienza, la differenza tra un rating ESG che migliora le condizioni di accesso al credito e un questionario compilato male che genera dubbi sulla solidità del richiedente.
Secondo errore: non avere un presidio interno riconoscibile
La domanda “chi segue l’ESG in azienda?” è, nella maggior parte delle PMI siciliane che incontriamo, una domanda senza risposta chiara. Tipicamente, la risposta implicita è “un po’ il commercialista, un po’ il responsabile qualità quando serve, un po’ il consulente esterno quando viene”. La conosciamo bene, questa risposta. E riteniamo che, nel 2026, non funzioni più.
Non perché sia necessario assumere una nuova figura a tempo pieno — nelle PMI di piccole e medie dimensioni questo raramente è sostenibile, e lo sappiamo. Ma perché senza un presidio interno riconoscibile, l’ESG viene gestito in modo frammentato, episodico e reattivo: si risponde alla richiesta della banca quando arriva, si compila la scheda del fornitore quando il cliente la manda, si improvvisa ogni volta. Il risultato è che i dati non vengono raccolti con continuità, le scadenze arrivano sempre in ritardo e la qualità delle risposte è inevitabilmente bassa.
Il modello che, secondo noi, ha più senso per le PMI siciliane è quello di un referente interno — anche part-time, anche con altre responsabilità — supportato da un professionista esterno che garantisce la competenza metodologica e il presidio normativo. In alternativa, alcune imprese con cui lavoriamo scelgono il modello del Chief Sustainability Officer in fractional: un professionista di profilo senior che opera in modo continuativo su più aziende, garantendo il livello di indirizzo strategico che le pressioni di mercato oggi richiedono, senza i costi di un’assunzione a tempo pieno. Quello che non funziona — e su questo siamo netti — è l’assenza di presidio: in uno scenario in cui banche, clienti e stazioni appaltanti chiedono dati strutturati con scadenze precise, non avere nessuno che quelle informazioni le raccoglie e le governa è un rischio operativo concreto.
Terzo errore: raccogliere i dati ESG in modo caotico — o non raccoglierli affatto
I dati ESG di un’impresa — emissioni, consumi energetici e idrici, dati sulla forza lavoro, informazioni sulla supply chain — esistono già, distribuiti tra la contabilità, il reparto HR, la logistica, i contratti con i fornitori. Il problema non è che questi dati non ci siano: è che non vengono raccolti con metodo, non vengono verificati con continuità e non esistono in un formato che permetta di rispondere rapidamente a una richiesta esterna.
Nella nostra esperienza di affiancamento alle PMI siciliane, i dati ESG vivono quasi sempre in fogli Excel non aggiornati, in email di risposta a questionari precedenti, in documenti PDF scaricati dalla piattaforma del fornitore di energia due anni fa. Quando arriva una richiesta — dalla banca, dal cliente, da una piattaforma di assessment come EcoVadis — l’impresa si trova a raccogliere informazioni in modo frenetico, spesso con imprecisioni che non migliorano la propria immagine. È una scena che conosciamo bene e che, francamente, si evita quasi sempre con un po’ di anticipo e un sistema anche semplice.
La soluzione non è necessariamente un software sofisticato. Riteniamo che, per una PMI di piccole dimensioni, un sistema di raccolta dati strutturato si possa costruire anche con strumenti ordinari, purché rispetti due condizioni: che sia chiaro chi raccoglie cosa e quando, e che i dati vengano aggiornati almeno con cadenza annuale — idealmente trimestrale per le metriche più rilevanti. Il punto di partenza è sempre lo stesso: sapere con precisione quali dati servono, in base ai framework applicabili e alle richieste degli stakeholder, prima di iniziare a raccoglierli.
Quarto errore: comunicare impegni ESG senza dati a supporto
Il D.Lgs. 30/2026, con cui l’Italia ha recepito la Direttiva europea sulle asserzioni ambientali, ha cambiato il quadro in modo significativo. Le dichiarazioni generiche — “siamo un’impresa sostenibile”, “utilizziamo processi rispettosi dell’ambiente”, “ci impegniamo per la riduzione delle emissioni” — non sono più accettabili se non supportate da dati verificabili e da un riferimento metodologico preciso. Non è una questione di stile comunicativo: è una questione di rischio legale, e su questo siamo molto diretti con le imprese con cui lavoriamo.
Il punto — e lo diciamo senza giudizio, perché lo abbiamo visto molte volte — è che molte PMI siciliane che hanno iniziato a comunicare la propria attenzione ai temi ambientali e sociali lo hanno fatto in buona fede, sui siti web, nelle brochure, nelle presentazioni ai clienti, senza rendersi conto che quelle comunicazioni, in assenza di evidenze quantitative, espongono l’impresa a contestazioni. Il greenwashing involontario è la forma più diffusa di greenwashing nelle PMI: non nasce dalla volontà di ingannare, ma dalla distanza tra le intenzioni dichiarate e i dati che le supportano.
La correzione, nella nostra esperienza, richiede un doppio movimento. Da un lato, smettere di comunicare impegni che non si è in grado di misurare. Dall’altro, iniziare a definire obiettivi ESG secondo criteri SMART — specifici, misurabili, raggiungibili, rilevanti, temporalmente definiti — che permettano di costruire nel tempo una narrativa credibile, verificabile e coerente con la propria evoluzione concreta. “Ridurre le emissioni Scope 1 e 2 del 20% entro il 2028 rispetto alla baseline 2025” è un obiettivo che si può comunicare. “Siamo attenti all’ambiente” no.
Quinto errore: sottovalutare la pressione della filiera e delle banche
Questo è, a nostro avviso, l’errore più costoso, perché ha conseguenze dirette e immediate. Le grandi imprese soggette alla CSRD — anche nell’assetto ridisegnato dalla Direttiva Omnibus 2026/470, che ha innalzato le soglie di applicazione a 1.000 dipendenti e 450 milioni di ricavi — sono comunque obbligate a raccogliere dati ESG lungo la propria catena del valore. E li chiedono ai fornitori. Spesso con scadenze di sessanta giorni, con il rinnovo contrattuale condizionato alla risposta.
Per una PMI siciliana che fornisce prodotti o servizi a un gruppo industriale del Nord, a una grande distribuzione organizzata o a un committente pubblico che applica i Criteri Ambientali Minimi, questa pressione non è una prospettiva futura: è già in corso, e noi la vediamo ogni settimana. Le imprese che non hanno i dati — o che li hanno in forma non strutturata — si trovano a rispondere in modo estemporaneo, con informazioni parziali che indeboliscono la propria posizione negoziale e, in alcuni casi, portano all’esclusione dalla qualificazione del fornitore.
Sul fronte bancario, le Linee Guida dell’Autorità Bancaria Europea entrate in vigore l’11 gennaio 2026 hanno introdotto l’obbligo per gli istituti di credito di raccogliere e valutare le informazioni ESG dei propri clienti corporate nell’ambito dell’istruttoria del credito. Nella pratica, questo significa che il rating ESG di un’impresa — o la sua assenza — incide sulle condizioni di finanziamento: sul tasso applicato, sui covenant, sulla valutazione complessiva del rischio. Per una PMI siciliana che si finanzia principalmente attraverso il sistema bancario, ignorare questa dinamica è un errore che si paga in modo misurabile.
La Sicilia ha inoltre una specificità rilevante su questo fronte: la forte esposizione agli appalti pubblici — in settori come edilizia, servizi ambientali, ristorazione collettiva — rende il tema dei Criteri Ambientali Minimi (CAM) particolarmente urgente. I CAM sono già requisiti obbligatori in molte categorie di gara, e la tendenza normativa va nella direzione di un ampliamento progressivo del loro perimetro. Un’impresa che non presidia questo tema rischia di trovarsi esclusa da segmenti di mercato su cui ha costruito una parte significativa del proprio fatturato.
Cosa fare adesso
Il punto di partenza non è un progetto articolato su tre anni. È una domanda semplice, che facciamo sempre all’inizio di ogni affiancamento: quali sono le pressioni ESG concrete che questa impresa sta già ricevendo — dalla banca, dai clienti, dai bandi pubblici — e che risposta strutturata stiamo dando? Se la risposta è “nessuna struttura, gestiamo caso per caso”, il primo passo è definire un presidio, anche minimo, e avviare la raccolta dei dati fondamentali.
Le PMI siciliane con cui abbiamo lavorato e che hanno affrontato questo passaggio in modo ordinato — non necessariamente con grandi investimenti, ma con metodo — hanno scoperto che l’ESG, invece di essere un costo, ha cominciato a produrre risultati concreti: miglioramento delle condizioni di credito, mantenimento o rafforzamento delle relazioni con i committenti, accesso a bandi e incentivi che richiedevano requisiti di sostenibilità. Noi riteniamo — e i risultati che vediamo lo confermano — che la sostenibilità non sia un’alternativa alla competitività: nelle condizioni di mercato del 2026, è sempre più spesso una sua precondizione.
Studio COMPETE affianca le PMI siciliane nell’individuare il punto di partenza più efficace: dall’assessment ESG iniziale alla costruzione del sistema di raccolta dati, dall’impostazione della prima rendicontazione alla gestione delle relazioni con banche e committenti. Un percorso su misura, senza sovrastrutture inutili, pensato per le caratteristiche e le priorità concrete dell’impresa.
