Il Responsabile della Sostenibilità: chi è, cosa fa e perché le PMI ne hanno bisogno ora

C’è una domanda che torna con frequenza crescente nelle conversazioni con i titolari e i direttori generali delle PMI italiane: “Ma questa roba della sostenibilità chi la deve seguire?”. Di solito la risposta implicita è “qualcuno tra i già presenti”, oppure “ci pensa il consulente esterno quando serve”. Entrambe le risposte funzionavano — magari — fino a qualche anno fa. Nel 2026 non funzionano più. Quello che è cambiato non è la difficoltà tecnica del tema: è il fatto che le pressioni — dalla filiera, dalle banche, dai clienti corporate — sono diventate strutturali, continue e sempre più difficili da delegare a qualcuno che non conosce l’impresa dall’interno.

Chi è il Responsabile della Sostenibilità

Il Responsabile della Sostenibilità — in inglese Sustainability Manager — è la figura incaricata di presidiare l’integrazione delle tematiche ESG (Environmental, Social, Governance) nella strategia e nelle operazioni aziendali. Non è, come spesso si immagina, un addetto alle comunicazioni con l’incarico di scrivere il bilancio di sostenibilità. Non è nemmeno un esperto di compliance che applica checklist normative. È, più precisamente, il punto di raccordo tra la strategia dell’impresa e gli interlocutori — banche, clienti, fornitori, investitori — che su quei temi chiedono risposte concrete.

In una grande impresa questa figura tende ad avere un profilo dirigenziale autonomo, con team dedicati e un riporto diretto al vertice. In una PMI il perimetro è necessariamente diverso: spesso si tratta di una persona che integra il presidio ESG con altre responsabilità — qualità, HSE, finanza, direzione generale — e che coordina la raccolta di dati e la relazione con gli stakeholder senza una struttura organizzativa dedicata. La differenza non riguarda l’importanza del ruolo, ma il modo in cui viene esercitato.

Le quattro funzioni che contano davvero

Descrivere cosa fa il Responsabile della Sostenibilità è più utile partire dalle funzioni concrete che dal titolo formale.

La prima è la mappatura degli IRO — Impacts, Risks and Opportunities — e la conduzione dell’analisi di materialità: capire su quali temi ESG l’impresa è davvero esposta, dove ha impatti significativi, dove ha rischi finanziari legati alla transizione, dove ha opportunità da cogliere. Questo lavoro richiede di coinvolgere le funzioni aziendali giuste, non di compilare un template.

La seconda è la raccolta e la gestione dei dati ESG: emissioni (Scope 1, 2 e, quando richiesto, Scope 3), consumi idrici ed energetici, dati sulla forza lavoro, indicatori di governance. In assenza di un presidio interno strutturato, questi dati restano frammentati tra reparti, non vengono raccolti con metodo e arrivano tardi — o non arrivano — quando qualcuno li chiede.

La terza è la relazione con gli stakeholder esterni: rispondere alle richieste ESG dei clienti corporate e dei capofiliera, interfacciarsi con le banche in sede di istruttoria del credito, gestire le piattaforme di assessment (EcoVadis, CDP, Sedex e simili) su cui sempre più committenti richiedono di essere valutati. Questa funzione, in particolare, non si può svolgere in modo episodico: richiede continuità e conoscenza profonda dei processi interni.

La quarta è il presidio normativo: tenere traccia di come evolvono gli obblighi (CSRD e Omnibus, Tassonomia UE, standard ESRS, normative anti-greenwashing) e tradurli in implicazioni concrete per la propria impresa, senza essere travolti da ogni aggiornamento ma senza nemmeno ignorarli.

Perché le PMI non possono aspettare

I dati descrivono un divario evidente. Solo il 26% delle PMI italiane ha nominato un responsabile ESG — interno o esterno — con un incarico riconoscibile. Il 50% circa affida il tema in modo diffuso al management senza un referente preciso. Il 24% non assegna alcuna responsabilità specifica. Intanto, le pressioni non aspettano che l’organizzazione sia pronta.

Le grandi imprese soggette alla CSRD — anche nell’assetto ridisegnato dalla Direttiva Omnibus 2026/470 che ha innalzato le soglie di applicazione a 1.000 dipendenti e 450 milioni di ricavi — sono comunque obbligate a raccogliere dati ESG lungo la propria catena del valore. E li chiedono ai fornitori, spesso con scadenze strette. Migliaia di PMI italiane hanno ricevuto negli ultimi mesi comunicazioni dai reparti Procurement dei clienti corporate che richiedono dati su emissioni di CO₂, parità di genere e politiche di sicurezza entro 60 giorni, con il rinnovo contrattuale condizionato alla risposta. Non è una prospettiva futura: è una dinamica già in corso.

Le banche si muovono nella stessa direzione. Le Linee Guida dell’Autorità Bancaria Europea entrate in vigore l’11 gennaio 2026 hanno introdotto l’obbligo per gli istituti di credito di raccogliere e valutare le informazioni ESG dei propri clienti corporate nell’ambito dell’istruttoria del credito. Nella pratica, questo significa che una PMI che non ha dati strutturati si trova a rispondere in modo estemporaneo — e poco convincente — a questionari che incidono sulle condizioni di accesso al finanziamento.

Le competenze che servono

Il Responsabile della Sostenibilità non è una figura che emerge da un unico percorso formativo. Le competenze che servono combinano elementi tecnici, gestionali e relazionali, e raramente stanno già tutte insieme in una persona.

Sul piano tecnico contano la conoscenza dei principali framework di rendicontazione (ESRS, GRI, VSME per le PMI), la capacità di impostare un sistema di raccolta dati ESG, la familiarità con metodologie come l’analisi di materialità e il calcolo delle emissioni. Sul piano gestionale serve la capacità di coinvolgere funzioni diverse — finance, acquisti, HR, legale, operations — senza avere su di esse un’autorità formale diretta. Sul piano relazionale è decisiva la capacità di tradurre il dato tecnico in un linguaggio comprensibile agli stakeholder esterni: la banca, il cliente, il revisore che effettua l’assurance.

Nella PMI, questa figura tende a costruirsi nel tempo: un responsabile qualità che allarga il proprio perimetro al clima e ai temi sociali, un CFO che integra le metriche ESG nel controllo di gestione, un direttore operativo che presidia la filiera anche sul piano ambientale. Non è un percorso automatico. Richiede formazione mirata, supporto metodologico e, spesso, un affiancamento esterno nella fase di impostazione.

Un riferimento utile per valutare la preparazione del proprio referente è la UNI/PdR 109.1:2021, la prassi di riferimento UNI che definisce i requisiti di conoscenza, competenza e responsabilità per i professionisti della sostenibilità — nelle due figure del Sustainability Manager (livello manageriale) e del Sustainability Practitioner (livello operativo). La prassi è alla base di un percorso di certificazione di terza parte condotto da organismi accreditati secondo la norma ISO/IEC 17024, che attesta in modo verificabile la qualificazione del professionista. Per un’impresa che deve rispondere a clienti, banche o revisori sulla solidità del proprio presidio ESG, avere un referente interno certificato ai sensi della UNI/PdR 109.1 è un elemento di credibilità concreta, non solo un dettaglio formativo.

Il CSO in fractional: una risposta concreta per le PMI

C’è un modello organizzativo che si sta diffondendo con crescente rapidità nelle PMI italiane e che merita di essere considerato esplicitamente: il Chief Sustainability Officer in fractional, ovvero un professionista di profilo senior — con le competenze strategiche di un CSO — che opera a tempo parziale, su più aziende in parallelo, in modo strutturato e continuativo.

La logica è la stessa che ha reso familiare nelle PMI il CFO in fractional o il direttore marketing in fractional: il fabbisogno esiste, le competenze necessarie sono di livello elevato, ma non giustificano — o non consentono economicamente — un’assunzione a tempo pieno. Un CSO in fractional non è un consulente di progetto che interviene episodicamente: è un presidio stabile, con una presenza programmata, che assume la responsabilità di indirizzo strategico ESG, coordina il referente interno e gestisce le relazioni con gli stakeholder più rilevanti.

Per una PMI con trenta o settanta dipendenti, che deve rispondere a questionari ESG della banca, aggiornare le schede fornitori dei clienti corporate e impostare il primo report di sostenibilità, questo modello ha vantaggi precisi. Consente di accedere a competenze che difficilmente si trovano già in organico. Garantisce continuità e aggiornamento normativo senza sovraccaricare le figure interne. Permette di calibrare il livello di presidio nel tempo — intensificandolo nelle fasi critiche (prima rendicontazione, certificazioni, audit di filiera) e mantenendo una presenza ordinaria nelle fasi di consolidamento.

Il messaggio strategico

La domanda “chi si occupa di sostenibilità in azienda?” non è più una domanda organizzativa di secondo piano. È una domanda strategica, con implicazioni dirette sulla capacità dell’impresa di accedere al credito, mantenere i contratti con i clienti corporate e comunicare in modo credibile verso l’esterno.

Non si tratta necessariamente di assumere una nuova risorsa a tempo pieno: nelle PMI la risposta più efficace è spesso quella di definire con chiarezza un presidio interno — anche part-time, anche in condivisione con altre responsabilità — supportato da competenze esterne per le fasi più specialistiche, o di ricorrere a un CSO in fractional per garantire il livello di indirizzo strategico che le pressioni di mercato oggi richiedono. Quello che non funziona più è non avere un presidio.

Studio COMPETE , con le sue risorse certificate ai sensi della UNI/PdR 109:1:2021 affianca le imprese nell’individuare il modello organizzativo più adatto, nell’impostare il sistema di raccolta dati ESG e nell’intero percorso di costruzione del report di sostenibilità.

Il servizio di CSO in fractional è una delle modalità con cui accompagniamo le PMI che hanno bisogno di un presidio strategico stabile senza un’assunzione a tempo pieno.

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