La certificazione della parità di genere UNI/PdR 125:2022 è entrata nel dibattito pubblico come strumento di compliance e di accesso agli incentivi previsti dalla Legge n. 162/2021. Eppure ridurla a questo significherebbe perderne la portata più profonda: per le imprese che scelgono di percorrere questa strada con serietà, si tratta di un fattore di trasformazione organizzativa che incide su governance, capitale umano, reputazione e accesso al mercato.
Cosa certifica la UNI/PdR 125:2022
La prassi di riferimento, pubblicata nel marzo 2022 dall’UNI su mandato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, definisce un sistema di misurazione e certificazione della parità di genere applicabile a qualsiasi organizzazione, indipendentemente da dimensione e settore. Il percorso valuta sei aree tematiche — cultura e strategia, governance, processi HR, opportunità di crescita, equità retributiva e genitorialità — attraverso un set di KPI quantitativi e qualitativi. Per ottenere la certificazione è necessario raggiungere una soglia minima del 60% sul punteggio complessivo. La certificazione ha durata triennale, con audit di sorveglianza annuali.
I vantaggi concreti per le aziende
L’aspetto che più spesso guida la prima riflessione delle imprese è quello degli incentivi economici diretti. La Legge 162/2021 e i successivi decreti attuativi hanno introdotto un esonero contributivo pari all’1% dei contributi previdenziali dovuti, fino a un massimo di 50.000 euro annui, per le aziende in possesso della certificazione. A questo si aggiungono le risorse PNRR dedicate: fino a 2.500 euro per le attività di assistenza tecnica e fino a 12.500 euro per le spese di certificazione, per un totale di 15.000 euro complessivi per ciascuna impresa beneficiaria.
Sul fronte degli appalti pubblici, il Codice dei contratti (D.Lgs. 36/2023) ha introdotto punteggi premianti per le imprese certificate, nonché una riduzione del 30% delle garanzie fideiussorie richieste nelle procedure di gara. In un contesto in cui la partecipazione agli appalti pubblici è parte rilevante del business di molte PMI, questo vantaggio è tutt’altro che marginale.
Dall’incentivo alla trasformazione organizzativa
I benefici economici e competitivi appena descritti sono reali e misurabili, ma raccontano solo una parte del valore generato dalla certificazione. Il percorso verso la UNI/PdR 125:2022 impone alle organizzazioni di fare i conti con la propria cultura interna: politiche di selezione, criteri di progressione di carriera, politiche retributive, strumenti di conciliazione vita-lavoro, governance ai livelli apicali. Non si tratta di un audit di conformità formale, ma di un processo che mette a fuoco le incoerenze tra i valori dichiarati e le pratiche effettive.
Le aziende che attraversano questo processo con rigore — e non come esercizio di facciata — registrano spesso effetti tangibili: riduzione del turnover, miglioramento del clima interno, maggiore attrattività nei confronti dei talenti, maggiore coerenza tra la narrativa ESG rivolta all’esterno e la realtà organizzativa interna. In un ecosistema dove le controparti — banche, clienti enterprise, committenti pubblici e investitori — chiedono con sempre maggiore frequenza evidenza dei comportamenti sociali d’impresa, la certificazione diventa un elemento del posizionamento competitivo complessivo.
Il nesso con il pilastro “S” dell’ESG
La parità di genere non è una questione a sé stante nel panorama ESG: è uno degli indicatori più monitorati all’interno del pilastro Social, sia negli standard di rendicontazione europei (ESRS S1 – Forza lavoro propria) sia nei framework internazionali come GRI e ISSB. Le aziende chiamate a rendicontare secondo gli ESRS — direttamente o come parte di catene del valore di grandi imprese soggette a CSRD — troveranno nella certificazione UNI/PdR 125:2022 un sistema di misurazione già strutturato, capace di alimentare direttamente le disclosure obbligatorie sulle politiche di parità, le metriche retributive e le pratiche di governance interna legate al capitale umano.
Per le PMI che ancora non rientrano nell’ambito obbligatorio, la certificazione rappresenta comunque un modo per anticipare le richieste della catena del valore e per costruire una base informativa ESG solida, compatibile con gli standard VSME e con le attese del sistema bancario dopo le nuove linee guida EBA.
Come Studio COMPETE accompagna le imprese in questo percorso
Ottenere la certificazione UNI/PdR 125:2022 non è un processo automatico: richiede un’analisi della situazione di partenza, l’identificazione delle aree di miglioramento, la costruzione o il rafforzamento di politiche e procedure interne, il monitoraggio dei KPI nelle sei aree e la preparazione all’audit dell’organismo accreditato.
Studio COMPETE supporta le imprese in tutte le fasi di questo percorso, integrando la certificazione di parità di genere nel più ampio progetto ESG aziendale: dall’analisi iniziale e dalla gap analysis fino al pre-audit e all’accompagnamento durante la verifica di certificazione. Un approccio che non si limita a centrare la soglia del 60%, ma che punta a costruire un’organizzazione coerente, misurabile e pronta a rendicontare i propri impatti sociali con la stessa solidità con cui rendiconta i risultati economici.
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