Cinque minuti ancora: appunti da una piscina d’agosto

Sono le due del pomeriggio, il momento in cui il caldo smette di essere un dato meteorologico e diventa un fatto fisico che si sente sulla pelle, e in una piscina qualunque, un gruppo di bambini sta negoziando con un adulto gli ultimi cinque minuti prima di uscire dall’acqua. Non li avranno, quei cinque minuti: ne avranno almeno altri venti, perché in agosto le trattative sul tempo funzionano sempre così, il tempo oggettivo non esiste, esistono le vibrazioni e le interazioni che, inevitabilmente, scandiscono il tempo.

Nell’attesa, si tuffano ancora una volta, contano quanto riescono a restare sott’acqua, si spruzzano, gridano un nome a squarciagola per nessun motivo preciso se non per il piacere di gridarlo. C’è l’odore di cloro, il rumore ovattato di chi parla sott’acqua, il rito di correre in punta di piedi fino al bordo per non farsi sgridare e poi tuffarsi comunque di corsa, perchè lo sanno che non devono tuffarsi.. Qualcuno ha già perso una ciabatta. Qualcun altro chiede il gelato con un anticipo di almeno due ore rispetto al momento in cui potrà davvero mangiarlo.

Nessuno di quei bambini si chiede se l’acqua sia limpida perché è sempre stata così, da quando esistono le piscine, da quando esiste l’estate. Per un bambino di dieci anni l’acqua pulita non è una conquista: è lo stato naturale delle cose, come il fatto che dopo l’inverno arrivi sempre l’estate, o che i nonni siano sempre esistiti seduti su quella stessa sdraio. È uno sguardo che invidiamo, quello dei bambini in piscina. Non perché sia ingenuo, è, semplicemente, uno sguardo che non ha ancora imparato a chiedersi “e se non fosse sempre così?”.

Quello che i bambini non vedono, e non devono vedere

Dietro quei venti minuti negoziati c’è un’architettura invisibile che nessuno spiega ai bambini, perché il punto stesso di quell’architettura è renderla invisibile. Qualcuno, all’alba, ha misurato il cloro e il pH. Qualcuno ha segnato la profondità sul bordo, in numeri che i più piccoli non sanno ancora leggere. I genitori guardano l’acqua con un’attenzione che sembra distratta e non lo è mai. Le regole, non correre, non spingere, non tuffarsi dove non si tocca, esistono perché qualcun altro, prima, ha deciso che quella gioia dovesse restare anche sicura. I bambini non vedono niente di tutto questo. Vedono solo che possono giocare, gridare, restare sott’acqua fino a scoppiare, chiedere altri venti minuti. Ed è esattamente ciò per cui quell’architettura esiste: perché nessuno debba pensarci, mentre gioca.

I genitori, seduti sulla sdraio, sanno qualcosa che i figli ancora non sanno: che quella leggerezza non è gratuita. Che qualcuno, ogni giorno, per anni, ha continuato a controllare, aggiustare, sostituire filtri, rinnovare la vasca. Che l’acqua pulita non è un dato di natura: è il risultato di un lavoro costante e per lo più invisibile.

Fuori dal bordo della vasca

Un pomeriggio in piscina finisce sempre, e con esso finisce anche il perimetro di ciò che quell’architettura riesce a garantire. Fuori dal bordo della vasca, il mondo che questi bambini erediteranno è governato da regole molto più grandi, scritte da persone molto più lontane, con una profondità che nessuno ha ancora segnato in modo leggibile per tutti. Chi sta misurando, per il mondo intero, quello che il bagnino misura ogni mattina per cento metri cubi d’acqua? Chi decide, oggi, quanto sarà profonda — o quanto sarà limpida — l’acqua in cui questi bambini si tufferanno da adulti?

Non è una domanda a cui questo articolo abbia intenzione di rispondere, e forse è proprio questo il punto. Le imprese, negli ultimi anni, hanno imparato a scrivere obiettivi di sostenibilità, a misurare emissioni, a costruire bilanci che raccontano impatti e rischi su orizzonti sempre più lunghi. È un lavoro serio, necessario, spesso fatto con rigore. Ma resta una domanda che nessun indicatore, da solo, riesce a chiudere: quei numeri, quelle policy, quei piani al 2030 o al 2050, li scriviamo pensando a chi li leggerà tra un trimestre o a chi, tra vent’anni, si tufferà in un’acqua che oggi stiamo decidendo com’è?

La domanda che resta, quando si esce dall’acqua

Non tutte le scelte fatte oggi da un’impresa si vedono subito, così come un bambino in piscina non vede il lavoro fatto all’alba per rendere quell’acqua sicura. Ma qualcuno, da qualche parte, prima o poi controlla la profondità. E quando la controlla, scopre se il lavoro fatto a monte era reale o solo dichiarato. La domanda scomoda, ma forse la più onesta che ci si possa fare in un pomeriggio d’agosto, è se stiamo lavorando perché quel controllo regga anche quando i bambini di oggi saranno loro stessi seduti su una sdraio, o solo perché per ora nessuno lo faccia mentre siamo ancora noi a goderci l’acqua.

I bambini, nel frattempo, hanno ottenuto i loro venti minuti in più. Si stanno già chiedendo, ridendo, se basteranno anche per un ultimo tuffo. Non hanno ancora motivo di chiedersi altro. Forse è compito di chi è seduto sulla sdraio farlo per loro.

Studio COMPETE lavora ogni giorno con le imprese sulle domande che stanno dietro ai numeri della sostenibilità — quelle a cui, spesso, non esiste ancora una risposta definitiva, ma che vale la pena continuare a porsi.

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