Nel 2026 la rendicontazione di sostenibilità è entrata definitivamente nella fase dell’applicazione: tre framework — ESRS, GRI e ISSB — disegnano linguaggi diversi ma sempre più interoperabili. Dopo l’entrata in vigore del pacchetto Omnibus I (18 marzo 2026), il perimetro CSRD si è ristretto alle imprese di dimensioni molto grandi, ma la pressione informativa di banche, investitori e capofiliera continua a estendersi anche sulle PMI fuori dall’obbligo. Per le imprese italiane la domanda non è più “se” rendicontare, ma quale combinazione di standard adottare per trasformare il reporting ESG in vantaggio competitivo.
Dal documento accessorio all’infrastruttura informativa
Negli ultimi anni il reporting ESG è passato da esercizio reputazionale a infrastruttura aziendale. Banche, investitori, grandi clienti e partner di filiera chiedono dati strutturati, verificabili e coerenti con standard riconosciuti. Scegliere un framework, oggi, significa decidere a chi si parla, quale concetto di materialità adottare, con quale livello di rigore raccogliere le informazioni e come integrare sostenibilità, governance e performance economiche. Tre scelte che si traducono direttamente in costo del capitale, accesso al credito e qualità del dialogo con la filiera.
ESRS: il riferimento europeo dopo Omnibus I
Gli European Sustainability Reporting Standards restano il perno della rendicontazione di sostenibilità nell’Unione Europea, perché collegati alla CSRD. Il pacchetto Omnibus I, approvato e pubblicato in Gazzetta Ufficiale UE con entrata in vigore il 18 marzo 2026, ha però ridisegnato profondamente il quadro: rinvio dei tempi per le imprese wave 2 e wave 3 tramite stop-the-clock, restringimento dell’obbligo alle imprese con più di 1.000 dipendenti e soglie economiche significativamente più elevate. Le imprese già rendicontanti del primo scaglione restano dentro, mentre per i gruppi extra-UE il criterio si ancora a un fatturato UE che, nel negoziato finale, è stato irrigidito oltre i 450 milioni di euro. Il tratto distintivo degli ESRS resta la doppia materialità: un tema è rilevante sia quando l’impresa genera impatti significativi su ambiente e persone, sia quando un fattore ESG può incidere sulla performance economico-finanziaria. Il pacchetto di semplificazione ha inoltre eliminato il percorso verso gli ESRS sector-specific, sospesi da EFRAG, e confermato la limited assurance come livello di verifica esterna di riferimento.
GRI: lo standard per raccontare impatti e responsabilità
Il Global Reporting Initiative resta il framework globale più diffuso per le organizzazioni che vogliono rendicontare i propri impatti economici, ambientali e sociali in una prospettiva ampia. Il suo punto di forza è la logica di materialità d’impatto: i temi materiali sono quelli che riflettono gli impatti più significativi dell’organizzazione su economia, ambiente e persone, inclusi i diritti umani. Modulare, flessibile, adottabile da organizzazioni di qualsiasi dimensione e dotato di una solida architettura settoriale, il GRI è particolarmente efficace per le aziende che vogliono produrre contenuti ESG comprensibili e credibili sul piano della comunicazione corporate, oltre che della disclosure tecnica.
ISSB: il framework per il dialogo con il mercato dei capitali
L’International Sustainability Standards Board, nato in ambito IFRS Foundation, persegue un obiettivo diverso: creare un linguaggio globale comune per le informazioni di sostenibilità rilevanti per chi fornisce capitale all’impresa. La logica è quella della materialità finanziaria: conta tutto ciò che può influenzare le decisioni degli investitori e degli altri fornitori di capitale. Il cuore del framework è oggi composto da IFRS S1 (requisiti generali) e IFRS S2 (disclosure sul clima); i cantieri su biodiversità e capitale umano sono in sviluppo, ma non vanno presentati come standard già emessi.
L’approccio modulare: i framework non sono mondi separati
Nella pratica, molte aziende non scelgono un solo standard in modo esclusivo. Adottano invece una logica building blocks: ESRS per compliance e allineamento europeo, GRI per spiegare gli impatti in ottica multistakeholder, ISSB per dialogare con investitori e finanza globale. Una scelta coerente con l’evoluzione del mercato: gli ESRS dialogano con concetti vicini al GRI sul fronte degli impatti, l’ISSB incorpora l’eredità tecnica di TCFD e SASB nella disclosure per gli investitori. La guida di interoperabilità pubblicata congiuntamente da EFRAG e ISSB ha ufficializzato un alto livello di allineamento tra i due standard, riducendo le duplicazioni informative.
E le PMI fuori dal perimetro obbligatorio?
Il restringimento del perimetro CSRD non significa che il reporting ESG perda valore per le PMI. Al contrario: rendicontazione di sostenibilità diventa uno strumento competitivo nella relazione con banche, clienti corporate e supply chain. In questo contesto il VSME ha un ruolo centrale. EFRAG ha pubblicato lo standard volontario per le PMI non quotate e la Commissione europea ne ha sostenuto l’adozione tramite raccomandazione, invitando grandi imprese e istituzioni finanziarie a basare su di esso le proprie richieste informative verso le piccole e medie imprese. Per molte PMI, il VSME è il modo più efficiente per restare “leggibili” sul mercato senza affrontare il peso dei full ESRS.
Il messaggio strategico
Per le aziende che operano in Europa, gli ESRS restano il riferimento da conoscere per primi. Il GRI continua a essere il miglior alleato per raccontare gli impatti in modo ampio e credibile. L’ISSB è la grammatica più utile per il dialogo con investitori e finanza globale. Ma la sfida vera, nel 2026, non è scegliere tra framework: è costruire un sistema di raccolta dati, governance interna e controllo che consenta all’impresa di rispondere in modo coerente alle richieste del mercato.
Studio COMPETE accompagna le organizzazioni in questa trasformazione, traducendo gli standard in processi gestibili, dati verificabili e reporting costruito sulla strategia di business.
